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Orticoltura sostenibile in Sardegna: l’esempio di Sassari nel passato

Parte I (storia, preparazione del terreno, concimi e semina)

Salvatore Sanna, Luciana Zedda

Introduzione

Negli ultimi anni si è assistito a un interesse crescente verso forme di agricoltura ecocompatibile, inclusa l’agricoltura biologica, con lo scopo principale di preservare le risorse ambientali nei processi di produzione agricola e agroalimentare, di salvaguardare la diversità biologica e di garantire vantaggi economici e standard di vita accettabili per gli agricoltori. Tali forme di agricoltura vanno a vantaggio non solo degli agricoltori ma anche dell’intera società che trae profitto sia dalla disponibilità di alimenti più sani che da un miglioramento della qualità ambientale.

Le nuove generazioni sono distanti dagli ambienti rurali, conoscono per lo più solo l’agricoltura intensiva e hanno nozioni limitate sull’agrodiversità e sulle tecniche rispettose delle risorse ambientali, molte delle quali in realtà erano già conosciute in passato dai nostri nonni. Pochi sono coscienti del fatto che l’agricoltura intensiva comporta l’uso di sostanze tossiche (fitofarmaci, pesticidi, ormoni) dannose per molti organismi, compreso l’uomo, influenza negativamente il nostro clima e che causa danni spesso irreversibili al suolo e alle falde acquifere. Ma come coltivavano i nostri antenati la terra? Perché non imparare da loro e ritornare alle origini? Molti giovani non sanno più che fino a soli 50-55 anni fa e per molti secoli, l’agricoltura si svolgeva nel rispetto dell’ambiente. Ecco qui un esempio relativo alla città di Sassari.

Gli orti di Sassari nei secoli

L’economia rurale della Sardegna è stata caratterizzata nel corso dei millenni dalla pastorizia e dalla coltivazione di cereali e delle vigne. A differenza di questa, la città di Sassari è sempre stata ricca di orti, grazie ai suoi terreni fertili e alle abbondati falde acquifere, sorgenti e canali. Secondo il linguista Dedola (1), il lemma Ṣàṣṣari conterrebbe la base sumera sar, che significa “giardino, orto” o “rete di orti”. Pare che già dall’epoca sumerica (ca. 2800 a.C.) la zona di Sassari fosse conosciuta come un bacino di produzioni orticole. Lo storico Manconi indicò in diversi incontri sulla storia della città i Genovesi, e in particolare i Doria, come promotori di un’orticoltura “moderna” a Sassari. MOrto_03a le prime informazioni scritte sugli orti di Sassari si hanno solo a partire dal 1300 circa, come indica lo storico archivista Cau (2). Dal 1300 in poi, la città viene descritta da diversi autori come ricca di fonti di acqua e caratterizzata da una fiorente orticoltura e da attività di mulini. Sassari raggiunge il suo massimo splendore alla fine del 1500. Nel corso dei secoli, le tecniche di coltivazione e d’irrigazione sono rimaste pressoché invariate, almeno fino ai primi del 1900 quando si inizia ad utilizzare tecniche più moderne e ad esportare i prodotti verso la penisola.

Degrado e ultime testimonianze degli orti di un tempo

Ormai l’orticoltura è limitata a pochissime aree periferiche di Sassari e all’interland (p.es. agro di Sorso). Le aree dove prima sorgevano fiorenti orti sono state abbandonate o destinate alla cementificazione e asfaltizzazione a partire dagli anni 70, in seguito al boom economico del dopo guerra e alla crescente globalizzazione dei mercati agricoli. Attualmente rimangono poche testimonianze viventi di famiglie che ancora svolgono questo mestiere o di persone che hanno lavorato negli orti in passato. Il primo autore di questo articolo, Salvatore Sanna, lavorò negli anni ’50 e ’60, da bambino e ragazzo, con suo padre Vittorio nell’orto di famiglia. A quei tempi i bambini di Sassari, dai 7 anni in poi, aiutavano le famiglie negli orti, soprattutto durante le vacanze estive. Il loro compito era quello di nell’eliminare le piante infestanti, in sassarese “disanare” i semenzai. Anche i figli di ortolani provenienti da famiglie molto ricche erano soliti lavorare negli orti.

Alla base della coltivazione degli orti c’è sempre stata una programmazione annuale dei raccolti per permettere all’ortolano di avere un reddito continuo per tutti i mesi dell’anno. Le decisioni sulle colture da seminare erano legate in prima linea alle stagioni e alle condizioni metereologiche. Si ipotizzava per esempio che ad una annata piovosa sarebbe succeduta molto probabilmente una meno piovosa, da qui la decisione di coltivare verdure che richiedevano meno acqua, soprattutto per quelle da raccogliere in estate, la cui semina e messa a dimora delle piantine avveniva durante le secche di gennaio e febbraio. Oltre al clima, erano tenute in grande considerazione anche le previsioni di una minuscola pubblicazione, tuttora edita periodicamente, l’Almanacco Universale del Gran Pescatore di Chiaravalle (3), pubblicato ogni anno a Genova e utilizzato da moltissimi anni in Sardegna. A Sassari questo libro era denominato Ciaraballu e forniva consigli sui periodi di semina e di raccolta basati sulle fasi lunari. In genere si programmavano due raccolti annuali in rotazione, uno invernale, da ottobre fino alle secche di gennaio, l’altro estivo dalla seconda metà di aprile fino all’estate.

Preparazione del terreno, concimazione e semina

Prima di iniziare le semine, si liberava il terreno da coltivare dal fogliame e dai residui di coltivazioni precedenti, procedendo in modo diverso per le colture da raccogliere in inverno e per quelle estive. Per preparare il terreno a gennaio si eseguivano due arature di cavallo. Dopo la prima aratura si dava il concime di fondo, che fino a quasi alla fine degli anni 50 era costituito da rifiuti urbani, prevalentemente reOrto_01sidui di alimenti, carta, scarti di laboratori artigiani come segature di legno, trucioli, oppure residui di calzoleria e di macellazione del bestiame. Anche l’acqua di fogna della città era utilizzata da sempre per innaffiare gli orti di Sassari, almeno fino al 1973, quando con l’arrivo a Napoli del colera, ne fu vietato l’uso dal comune. A partire dai primi anni ’60 questa concimazione naturale fu sostituita da quella con concimi chimici. Proprio negli anni ’50-‘60 si iniziò a modernizzare l’agricoltura isolana, adottando le tecniche sperimentate e introdotte nei decenni precedenti dall’ing. Francesco Sisini, un imprenditore sardo che rivoluzionò il mondo agricolo (4). Gli agricoltori inizarono inoltre a seguire corsi serali di aggiornamento. Negli anni ’50 venne anche istituita la facoltà di Agraria presso l’Università di Sassari per una rinascita economica e sociale del mondo agro-pastorale. I concimi chimici utilizzati erano principalmente l’urea, per tutti gli ortaggi da foglia, come bietole e insalate varie, e i concimi complessi a base di potassio e azoto per le altre coltivazioni. Queste concimazioni di fondo si effettuavano d’inverno per disperdere meglio il concime nel terreno grazie alle piogge, ed erano sufficienti per tutto l’anno. La preparazione del terreno per le coltivazioni estive di inizio giugno avveniva con una aratura, dopo aver irrigato adeguatamente il terreno nei giorni precedenti. Si procedeva quindi con la solcatura e la semina o piantagione.

La semina degli ortaggi avveniva tutto l’anno e si differenziavano semenzai utilizzati per produrre le piantine da trapianto e semenzai destinati alla produzione di ortaggi per la vendita. La semina seguiva un rituale tutto particolare. Il letto di semina era preparato meticolosamente e zappato in genere a mano. Dopo esser stato innaffiato con molta acqua per almeno 3 – 5 giorni, l’acqua si lasciava decantare per 2 giorni. Successivamente si procedeva a una zappatura fitta per ridurre le dimensioni delle zolle di terreno.

In seguito alla zappatura, nella preparazione invernale dei terreni, si attuava la concimazione di pre-impianto, non con concimi chimici ma con il compost di produzione propria, formato dai rifiuti organici dell’orto stesso (tronchi di carciofi e cavoli, fogliami vari ecc.). A volte si integrava questo concime fatto in casa con lo stallatico di cavallo, utilizzato non fresco, ma dopo almeno 2 anni di maturazione. Dopo la concimazione avveniva nelle aiuole la rastrellatura profonda del terreno allo scopo di mescolare il concime con il terreno. Infine avveniva la semina, operazione molto delicata e di perfezione, che in genere conduceva il titolare dell’orto oppure un bracciante anziano di cui l’ortolano si fidava, e in cui si misurava in maniera minuziosa la distanza tra le future piantine. Dopo la semina i semi venivano sotterrati immediatamente tramite zappatura per evitare che uccelli o altri animali li mangiassero. I semenzai erano anche protetti da spalliere contro il vento e la grandine. La semina delle verdure da vendere avveniva in solchi e la concimazione era meno accurata.

Nella seconda parte di quest’articolo, che sarà pubblicata a breve, tratteremo i seguenti argomenti: produzioni di sementi, tipi di colture e varietà, progetto “Orti di Sassari”.

Riferimenti bibliografici

(1) Dedola, S. 2012. Lingua Sarda. www.linguasarda.com/htm/linguista/sassari_citta_dorti.html
(2) Cau, P. 2012. Gli Antichi Orti a Sassari. Video: http://www.sassari.tv/frontend/tv/video.aspx?idFile=32723&idcat=&page=%page%
(3) L’Almanacco Universale del Gran Pescatore di Chiaravalle. Casa Editrice Editoriale Chiaravalle. Periodico, pubblicato per diverse regioni. http://www.almanaccodichiaravalle.it
(4) Zichi, G. 2013. Sisini. Imprenditori di Sardegna. Edizioni Fiesta.

 

To be cited as:

Sanna, S. & Zedda, L. (2014): Orticoltura sostenibile in Sardegna: l’esempio di Sassari nel passato. Parte I (storia, preparazione del terreno, concimi e semina). Available from: BIO-Diverse_Blog, http://blog.bio-diverse.de/?p=879